Dentro l’occhio che non vede, l’ultima trovata editoriale di Massimo Spinolo ðŸŽ™ï¸

È imbattendoci in una delle ultime uscite editoriali dell’annus horribilis, di quelle che fondono con delicatezza racconto e messaggio, che scopriamo come la scrittura, se filtrata da una “mente fotografica”, analizzi al meglio tutto il disagio che porta con sé una disabilità. Edito da Ledizioni a dicembre 2020, il nuovo romanzo Lei non vede firmato dal noto giornalista e fotografo vimercatese Massimo Spinolo, va letto come uno stimolo per cambiare prospettiva e tentare di identificarsi (con tutte le difficoltà del caso) nella condizione di privazione sensoriale di una persona affetta da un deficit molto raro come la retinite pigmentosa.

“L’operazione d’autore” di Spinolo si rivela nella capacità di rendere in modo efficace, attraverso l’uso delle parole, il mondo che vive chi incontra nel suo destino questa spiacevole disfunzione visiva. Una limitazione che se da una parte porta alla progressiva perdita dell’immagine, sfuocata e sostituita da macchie di colore che offuscano la retina, dall’altra finisce col rafforzare altre sensazioni, in una sorta di bilanciamento istintuale. L’occhio preparato di un “addetto ai lavori” nel panorama del rullino, con corsi di fotografia tenuti costantemente, ci fa immergere il più vicino possibile nel punto di vista di chi sperimenta quotidianamente questo stato visivo condizionante, anche se, naturalmente, mai con la stessa ottica. “Lo spunto per il racconto nasce da un’intervista che ho rivolto ad un vecchio amico e grande appassionato di fotografia, da cui mi sono fatto raccontare nei minimi particolari in cosa consiste il suo disturbo – racconta Massimo – Da qui ho rifuso la sua testimonianza in una storia in cui cerco di portare l’attenzione sulla dimensione di adattamento che deve forzatamente apportare al suo modo di vivere un fotografo (dunque ancora più duramente colpito dal disturbo) che conviva con questo deficit. In questo quadro è interessante dal mio punto di vista notare la differenza con cui ognuno di noi si rapporta a difficoltà di questa portata: in particolare emerge lo spirito molto diverso di affrontare l’imprevisto tra la protagonista, che scopre la malattia in età avanzata e dimostra in sé una forza sorprendente nel combatterla, e un ragazzo che invece ci incappa nell’età più frequente per la sua comparsa, quella adolescenziale, e che tuttavia non riesce ad appigliarsi all’aiuto esterno delle persone che gli vogliono bene, in quello che è un sostegno sociale sempre fondamentale in situazioni così complesse, per non farsi travolgere dalla spirale della negatività”.

Di fronte al dramma del senso primario che viene meno, il romanzo mette dunque abilmente al centro gli altri pilastri sensoriali su cui la protagonista ricalibra la propria sensibilità fotografica che l’aveva sempre sorretta professionalmente, grazie ai quali può continuare a lavorare ai servizi a cui lavorava anche in precedenza, pur con alcune comprensibili limitazioni. Quest’operazione avviene non senza un velo di paradosso, perchè come si può immaginare, non si può certo pensare di sopperire alla mancanza della vista con la somma degli altri sensi. E in questo sta probabilmente l’originalità della piccola sfida personale lanciata da Massimo. “Chiunque prima di leggere il libro sarebbe certo dell’impossibilità per una persona affetta da retinite pigmentosa di darsi alla fotografia. Il mio “test” è stato proprio quello di capire se alla fine di questa lettura si sia ancora dello stesso parere. Per vincere la convinzione preconcetta del lettore ho fatto perciò leva sull’importanza degli altri sensi. Pensiamo al potere suggestionante dell’udito: nei corsi di fotografia che tengo solitamente, durante le esercitazioni sul campo spesso faccio notare come l’uso delle cuffiette comporti un isolamento, che conduce ad un’inevitabile suggestione non corrispondente a quella naturale che si avrebbe scattando senza questo sfondo musicale artificiale. Al contrario, mantenersi a contatto con i suoni così come anche ai profumi, al gusto e all’esperienza tattile del contesto in cui si opera, ci permette di tradurre in immagine una pluralità di emozioni, tenendo aperta a 360 gradi la porta sensoriale. Fotografare è tutto questo: con la retinite potrà essere naturalmente più carente la precisione nelle inquadrature, ma il resto degli stimoli sensoriali non viene disperso. Non è un caso forse se quel mio amico da quando vive la malattia ha riscoperto il piacere della lettura dei grandi classici della letteratura con gli audiolibri”.

L’estrema varietà di argomenti suggeriti dal libro tocca, e forse non poteva essere altrimenti, il nodo dell’offerta della qualità fotografica che la tecnologia ha portato ad un appiattimento senza precedenti. “Il vero problema che questo settore oggi vive è che tutti ormai possono diventare fotografi con uno smartphone a portata di mano. E spesso utilizzando un semplice giochetto piuttosto immediato per correggere l’immagine si passa velocemente per artisti, senza avere chissà quali abilità e una preparazione. Personalmente la trovo una deriva pericolosissima. Il libro, perciò, sottolineando gli aspetti di cui abbiamo parlato poco fa, lancia un messaggio chiaro anche in questa direzione”. E la cura dell’autore ai dettagli si rivela completa nella misura in cui anche i caratteri formali assumono una loro centralità nella ricezione del messaggio che punta a favorire lo sforzo d’immedesimazione nella condizione della protagonista. Dalla visuale narrativa della sorella giornalista che assiste, registrandola, ad una lezione della sfortunata – quando ancora la malattia non è entrata a gamba tesa nella sua vita – sulla tecnica di ritratto fotografico in un liceo artistico, si passa così all’ottica di un rappresentante di agenzia interessata a visionarne i lavori per un’eventuale collaborazione, ogni profilo con la sua identità “nascosta” da etichette “generiche”, e comunque senza nomi.

“Il senso di queste operazioni formali si può intuire. Cambiare in continuazione il punto di vista narrante significa mettere il lettore nella condizione di entrare nella sensibilità della protagonista che si è dovuta adeguare ad un risvolto inatteso della sua vita, favorendo il complesso processo d’immedesimazione. Devo dire che dai vari feedback ricevuti finora sul libro, ho notato che chi già legge poco per abitudine ha fatto più fatica ad adeguarsi a questa caratteristica del libro. Il fatto invece di non attribuire nomi ai personaggi vuol dire togliere punti di riferimento per far sì che ciascun lettore si costruisca la sua personale interpretazione della storia, perchè il suo ipotetico “Carlo” se lo immaginerà diversamente dal mio, magari più alto e magro, e così per ogni personaggio”. Spunti che contribuiscono a dare al libro di Spinolo un’impostazione romanzesca per la verosimiglianza della scrittura, e – aggiungeremmo – con una forte impronta educativa. 

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