Raouf Gharbia, l’amore per la carta tra Leonardo e l’arte calligrafica ðŸŽ™ï¸

La conoscenza della versatile produzione di Leonardo trova una valida documentazione, che ci illustra la sua proverbiale padronanza nella coniugazione delle arti umanistiche e scientifiche, nelle opere più iconiche e contemplate dell’artista, da La Gioconda alla Dama con l’Ermellino. Ma è nelle fonti cartacee, gli intramontabili Codici pervasi da un’aura mitica, che scopriamo fin dove si estende la sconfinata grandezza storicamente attribuita al Genio. A questo proposito Raouf Gharbia, studioso italo-tunisino di calligrafie antiche operativo nel lecchese, ha eletto quello degli scritti leonardeschi il suo campo d’azione e indagine del mondo del maestro rinascimentale attraverso l’analisi calligrafica, e da anni affianca la parte di studio delle carte dell’autore – fondamentali per la comprensione del suo pensiero perchè dense di annotazioni e appunti su tutte le discipline in cui Leonardo si è speso con teorie che poi fattivamente nei progetti – ad un’intensa divulgazione, molto distensiva e d’impronta quasi ludica, a beneficio di istituzioni e scuole del territorio lecchese e della Brianza, fatta di laboratori e corsi per approfondire con attenzione questa intensa attività basilare del factotum vinciano. Sia nella teoria che manualmente, nella riproduzione del suo inimitabile stile calligrafico. E paradossalmente è lì, in quelle carte conosciute di nome, ma poco visualizzate dal pubblico, che si può osservare e contemplare la sua straordinaria vena intellettiva che lo ha animato.

Raouf coglie in realtà l’occasione per passare dallo studio delle calligrafie delle lingue antiche all’indagine specifica sulla scrittura di Leonardo non molto tempo fa. “Ho iniziato a dedicarmi completamente a questo tema dopo una conferenza a Lecco per me illuminante, in cui il relatore, prendendo un manoscritto di Leonardo, che come ben noto aveva come suo tratto distintivo il fatto di scrivere da destra a sinistra, lo ha “ribaltato” disponendolo da sinistra a destra, “normalizzandolo”. Da lì ho cominciato ad entrare nella sua ottica e nel suo modo di scrivere da cui ero rimasto incantato, in particolare da alcuni aspetti assolutamente non convenzionali: un flusso di parole stese in maniera rapida, fatto di frequenti abbreviazioni (i segni stenografici, per cui più lettere vengono rese attraverso l’impiego di un simbolo), dove spicca la sua spontanea tendenza ad unire alcune parole. Il risultato è uno stile fondamentalmente dialettale, fondato su un lessico semplice e dalla sintassi complessa, che rivela la sua scarsa formazione scolastica e ne rafforza contestualmente l’estro. Ma la sorpresa è stata anche a livello formale, scoprendo che esiste ad esempio una proporzione, non casuale ma precisa, che regola le dimensioni delle lettere, esattamente come in natura. Da quella conferenza ho quindi iniziato a prendere in mano e ad analizzare il Codice Atlantico, appoggiandomi alla Biblioteca Ambrosiana di Milano. Il perchè mi sia orientato sul suo focus è ben presto motivato dal mio luogo di residenza. Un territorio che lo ha ospitato per un periodo ma su cui ha avuto anche modo di progettare e di lasciare in eredità una gran quantità di progetti di ingegneria, di idraulica e non solo, molti dei quali poi realizzati”.

Raouf Gharbia

Un omaggio che lo studioso sente essere dovuto, che sposta l’inquadratura forviante che spesso viene fatta di Leonardo, più pittore e meno inventore, se è vero che nei manoscritti analizzati da Raouf c’è tutto il suo mondo, compreso lo studio proprio di quelle montagne lecchesi che lo affascinarono al punto da ritrarle in diverse opere. Ma perchè la scrittura? “Ho voluto concentrarmi sulla scrittura leonardesca perchè volevo avere qualcosa di solido e sicuro su cui poter istruire e documentare la gente: qui non ci sono diatribe sull’identità del paesaggio di sfondo che incornicia la Vergine delle Rocce, e nemmeno dubbi sulla paternità di alcune opere pittoriche come nel Salvator Mundi. Inoltre a mio avviso, solo analizzando i quadri non si percepisce fino in fondo la sua grandezza, la capacità di stabilire analogie e relazioni tra le arti. Si pensi solo al fatto che a seconda della funzione della scrittura nel testo, e al suo stato d’animo, lui varia nella scelta della strumentazione, che sia la sanguigna, la penna d’oca piuttosto che la punta d’argento”.

Negli anni il progressivo interesse ormai trasfuso in entusiasmo per le calligrafie antiche, specie quella araba e i modelli orientali, ha portato Raouf a ideare delle opere d’arte grafiche personalissime, in cui la scrittura non ha più un valore solo decorativo e non si limita a farsi portatrice di un messaggio, ma acquisisce una centralità e un valore estetico nuovo e inaspettato. Un’autonomia che si apprezza a livello visuale in insolite stampe a colori, ideate e create da Raouf ancora con una modalità di tradizione secolare – pennino, inchiostro e calamaio – dove parole e arabeschi dei formati più disparati trovano un’intesa privilegiata con forme e oggetti, raccontando un’idea di arte d’impronta meno occidentale, che ci trasmette la curiosità di scoprire le culture da noi più distanti. Spesso le sue opere, come del resto anche i suoi laboratori, affrontano tematiche interetniche, sull’identità e la legalità di stretta attualità. Come lui ama definirlo, è il coronamento naturale di un percorso ormai maturo di esplorazione nelle scritture delle lingue antiche, approdato ad uno stadio manuale.

Crediti foto nell’articolo: Raouf Gharbia

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