La lezione di vita delle maschere di Ivano Rota, burattinaio dall’anima d’oro

Per il bene comune dell’umanità si sprecano ancora azioni forti, di quelle che lasciano un segno profondo, nonostante i tempi bui di una civiltà che sembra ormai sempre meno sensibile a cogliere spunti positivi per migliorare. C’è chi ad esempio mostra tutta la gratitudine per il suo pianeta scolpendola nel legno. Lui è Ivano Rota, paladino degli ultimi, che per natura non riesce a pensare per sé: è sempre stato dalla parte dei più deboli, e lo dimostra fin da quando all’alba degli anni “90 muove i primi passi nel mondo del teatro di figura, sfornando  “maschere di periferia” in cartapesta animate da valori genuini che stiamo perdendo, ma che lui vuole a tutti i costi mantenere vivi; gradualmente si apre così alle meditazioni sociali, mai banali, trasposte sul terreno di una scultura lontana anni luce dal sentiero tradizionale. Per arrivare – fatti dell’altro ieri – alle ultime taglienti azioni di profilo ecologico, che lo portano a bruciare globi terrestri e uomini vitruviani in ferro e carta in pieno centro a Milano, in occasione delle recenti mobilitazioni ambientaliste di rilievo internazionale, i Fridays For Future. Immagini che complice l’occhio mediatico a tutto zoom, lo spediscono di diritto nell’orbita della visibilità mondiale.

Una scultura anticonvenzionale la sua, non tanto per la forma in sé, perché quella del legno è una lavorazione già ampiamente visualizzata nella storia dell’arte, quanto per il contenuto penetrante e universale di queste autentiche invenzioni da bottega. Mirabolanti creazioni, testimoni di un fare sempre più fuori moda con indosso l’etichetta “d’altri tempi”, riempiono di spunti di riflessione, specie sulla dilagante depravazione della moralità sociale, ogni angolo del suo laboratorio immersivo di Cantù. Dai modelli in cartapesta degli albori, alle successive lavorazioni in legno. Ma soprattutto, le sue creature, come lui, sono umili maestre di vita. Ma cosa insegnano? Per esempio il rispetto per la vita che è un dono, così come per il prossimo. “Quello che si può ammirare oggi nella mia “baracca” è figlio di un radicale cambio di mentalità che mi ha ispirato negli anni “80 la mia futura moglie – racconta Ivano – Io che provenivo da classiche esperienze di vita alla Bohémien, e che fra i ricordi di quel periodo, ho gestito per qualche tempo una pizzeria a Figino Serenza con alcuni amici. Vivevamo nei locali al piano superiore, e nello stesso periodo a turno, da soli o in gruppo, preparavamo i bagagli e partivamo per andare alla scoperta del mondo. Mi ero anche dilettato come scrittore, ma sentivo che non sarebbe stata una strada semplice, soprattutto perché all’orizzonte intravedevo la famiglia, con tutte le esigenze economiche del caso. È stata quella conoscenza a farmi capire come quel mio modo di vivere fosse lontano dalla realtà e da quello di cui avevo veramente bisogno”.

La via scritta invece dal destino gli si para davanti come un abbaglio fatale, vedendo un bel giorno in una piazza un burattinaio all’opera. È lì che intuisce la sua via, avendo già in mano i testi di spettacoli (farse, commedie e messe in scena per compagnie di adulti) realizzati negli anni precedenti come ulteriore canale creativo. Lo spunto per dare il la al futuro Teatro dei Burattini di Ivano Rota è troppo invitante, e lui non resiste alla suadente tentazione di buttarsi. Sono gli anni “90, sono i suoi anni. Avendo due bimbi piccoli, il pretesto non manca. Per loro a casa ha già messo in piedi un teatrino per farli giocare. Comincia a fare andare la fantasia e a concretizzarla con la cartapesta, passando presto al legno e sfoderando circa 80 pezzi unici che poi getta sul palco in rappresentazioni ideate e scritte da lui stesso e messe in scena sul territorio e in tutta Italia.

“In questo nuovo percorso potevo contare sulle buone doti manuali acquisite nella falegnameria di mio padre dopo la maturità. Qui però la componente della fantasia era nettamente più coinvolgente: mi sentivo a mio agio non dovendo preoccuparmi di impostare linee dritte e avevo ampi margini per giocare con il legno. Insomma, avevo trovato una dimensione coerente con la mia aspirazione e le mie abilità manuali. Ero desideroso però anche di trasmettere qualcosa. Da qui mi prende l’idea di ricavare delle maschere sulla falsa riga di quelle della Commedia dell’Arte, che seguano l’impronta dei vari Gianduja torinese, dell’Arlecchino e del Gioppino bergamasco, del Pantalone veneziano: quindi personaggi, tipi fissi che evochino stereotipi ben identificabili. Con questo spirito immagino Gnocco, un modello di garzone della mia generazione che vuole essere a tutti i costi diverso e urlare la sua diversità che ha stampato anche in fronte, racchiusa in un grosso bernoccolo. Gnocco non accetta di piegarsi alle tradizioni professionali di famiglia tramandate a catena, come io stesso non avevo fatto con l’attività di falegnameria di mio padre, prendendone le distanze e cercando di costruirmi con responsabilità e da solo la mia immagine”.

Qualche anno più tardi dà forma a Truciolo, che complice l’immagine di garzone con le qualità manuali per lavorare il legno, diventa ufficialmente marionetta-simbolo del comune di Cantù, che da florido e riconosciuto ambiente di fioritura di artigiani della materia prima e di aziende affermate nel settore del mobilio e dell’arredo, riconosce l’estro unico di Ivano e il volano che può rappresentare per una delle terre patrie del design italiano. L’idea di Ivano diventa tendenza consolidata e sempre più apprezzata negli anni Duemila, tanto che con il tempo, oltre a mettere in moto un festival annuale di teatro tutto suo, Al paese di Truciolo, inizia a venire invitato lui stesso alle manifestazioni nostrane più in vista del teatro di figura. “Ero ben cosciente che costruire burattini in legno comportasse tempo e sudore, ma una volta messi al mondo, in fondo ho pensato andassero solo animati, e per farlo oltretutto basta una sola persona”. L’arguzia sta nel pensarli. Ma il valore aggiunto di Ivano va oltre: sta ad esempio nell’inserire le vicende di Truciolo e i suoi a volte improbabili compagni di avventure e sventure (il Padrone di Bottega, la Fattucchiera Valassina e decine di altri piccoli figuranti, protagonisti di storie spesso stravaganti come loro) in ambientazioni lariane senza eguali: il lago ma anche altri sfondi suggestivi, in un’area ad alta densità di attrazioni paesaggistiche, come azione anche promozionale del suo ricco e variegato territorio.

Oggi la vena di Ivano non è certo sopita e nel suo laboratorio spuntano tante buffe e simpatiche dimostrazioni che vogliono aprirci gli occhi senza presunzione, ma con voce sommessa, dal cantuccio della “baracca” in cui sono relegate da Ivano. Tra loro si riconoscono umili maestri di vita come Granello, emblema della virtù della parsimonia e protagonista di una storia di spreco e spreconi, da lui girata naturalmente in forma di allietante spettacolo di burattini con un forte riflesso educativo spendibile nelle scuole, in collaborazione con la Cassa Rurale ed Artigiana di Cantù, che Granello rappresenta come mascotte e sbandieratore del risparmio. Nonostante l’irrefrenabile euforia per il teatro di figura, Ivano non perde però di vista la “scultura sociale”, ideando modelli sia in legno, che sperimentando soluzioni particolari, il gasbeton, l’argilla smaltata, ma anche la cera, il gesso e l’acciaio. Materiali declinati in opere che raccontano benissimo con l’incisività dei titoli (Umanità senza testa, Cervelli al guinzaglio, Prigioniero delle mie catene, Mente aperta), quanto l’artista tenga al nostro pianeta, temendo la pericolosa deriva egoistica presa dai capricci e i vizi dei suoi abitanti, in preda a un’insana “deviazione tecnologica”.

Ivano Rota nel suo laboratorio a Cantù

E la pittura non è meno ispiratrice per Ivano, abile anche qui a far passare con metafore sottili, messaggi incredibilmente attuali, come ci suggerisce l’immagine di bambini reclusi dietro a recinzioni di filo spinato, sintomo che le guerre mondiali sono alle spalle, ma la vivibilità del pianeta non pare migliorata poi così tanto. La comunità canturina da par suo non dimentica quanto questo coriaceo “studioso del legno” abbia contribuito ad esportarne l’immagine ancorata ad una tradizione rinomata che distingue e onora l’alta Brianza, anche prendendo attivamente parte al navigato Festival del Legno e alle sue iniziative più disparate, anche ludiche e intrattenitive, e lavorando su committenze di aziende del legno canturine qualificate da una certa nomea. E se siete in visita a Cantù, un monumentale Pinocchio alto ben otto metri avvistabile nei dintorni del municipio, rende candidamente ragione al forte legame instaurato da Ivano con la sua realtà, conscia di avere “per le mani” un esteta del legno di collodiana memoria e dalla stoffa pregiata, ormai introvabile.

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