Il segno al centro, la forza dei sentimenti nella via informale di Eleonora Pozzi

Da sempre vista e descritta come un cosmo articolato e inafferrabile, proprio in virtù della sua complessità connaturata, l’interiorità umana nell’arte può essere rivelata mediante innumerevoli strade espressive. Vie quasi mai immediate da decifrare a livello visuale, dove non traspare chiarezza nello schema compositivo. Lo sa bene Eleonora Pozzi (Seregno, 1981), che negli anni ha cercato di sperimentare diversi approcci formali per tirare fuori il succo più intimo di un ambito, che nella storia dell’arte è stato analizzato in lungo e in largo, ma spesso con una delicatezza che forse non restituisce pienamente l’essenza e il realismo attorno all’argomento che per assurdo resta, ed è destinato forse a rimanerci oscuro.

Quello che dal 2007 – inizio della sua attività espositiva – non pare essere cambiato è lo stile di riferimento impiegato dall’artista, inseribile a prima vista nell’alveo di un espressionismo moderno, contaminato dalla lezione di Pollock (ce lo segnalano bene i dripping). Mentre la componente emozionale è il tratto che ci riporta senza esitazioni a quella produzione “folle” e volutamente confusa che ha solcato con coraggio e autorevolezza il periodo a cavallo del Novecento. In contrasto con il tatto di correnti precedenti più inclini ad una bellezza oggettiva e canonica, quale è stato l’impressionismo con le sue spettacolari vedute, il filone espressionista ha lasciato un’impronta che oggi qualcuno, dotato di analoga sensibilità, umana prima ancora che artistica, ha rispolverato con spiccata originalità e un codice stilistico eterogeneo e rinnovato a livello di materiali d’uso. Qualcuno come Eleonora Pozzi. Il ricorso ad un’ampia gamma di elementi compositivi, che svaria dal cemento ai sacchi di juta alla sabbia al gesso, fino al pietrisco, alla lamiera e alle resine, svela, oltre che “l’altra” professione di architetto, quella selva di sentimenti, spesso posti in contrapposizione tra loro, che governano quel mistero eterno che è l’anima dell’uomo.

Eleonora Pozzi, Im-perfezione

Il carboncino è rimasto invece punto fermo inamovibile nell’evoluzione dello stile dell’artista, a demarcare i confini delle figure più spesso femminili, anche se oggi con una modalità d’utilizzo molto più incerta e indefinita rispetto agli albori. Incertezza che è andata di pari passo, a partire dalla serie Imperfezioni, con la dotazione di movimento donato alla figura umana, in virtù di quella sua natura sfuggevole, indefinita e indefinibile per definizione, che l’artista sembra aver colto nel segno.

E non c’è dubbio che proprio il segno – come ci ricordano le serie Segno invisibile e Figure di-segni – sia elemento cardine dell’arte di Eleonora Pozzi, unica bussola per orientarsi nella decifrazione di collage polimaterici, e dai colori irreali come la miscela di stati d’animo che ci attraversano, altrimenti persi nell’indeterminazione del codice informale. Un magma di sensazioni che l’artista non esclude possa toccare anche l’angolo del piacere, trattato in un focus dedicato nel 2018, in un’apposita mostra ad hoc ad Après Coup Arte a Milano.

Eleonora Pozzi, Amore in finem (dalla serie Nemesi)

Nella serie Nemesi, rivelata nell’allestimento, attraverso una profonda e tutt’altro che perbenistica lettura delle pratiche erotiche di sadismo e masochismo, l’autrice rivendica la libertà di un fine anche edonistico della relazione di coppia. Così l’energia e l’intensità che già si avvertiva in alcune opere delle serie precedenti, qui divampa nella passione e si manifesta forte in gocciolature e sbavature di colore acrilico, mentre la dimensione materica ha acquisito l’emblema di un dolore che l’atto sessuale porta naturalmente con sè. Nel ciclo seguente Figure di-segni/ritrovamenti, presentato in una collettiva all’ex Chiesa di San Pietro in Atrio di Como nel 2019, riemerge ancora il tema erotico. Agganciato in questo caso ai rinvenimenti recenti di pitture antiche sotto la celebre lava secca di Pompei, l’argomento osé è sottolineato dall’uso delicato della grafite – in luogo del classico carboncino – a contrassegnare quelle forme dei disegni benevolmente restituite alla luce. Grafite “travolta” dal rosso della lava che ha celato, conservandolo per duemila anni, questo patrimonio dell’antichità.

La sua è in definitiva una pittura libera, che stride con la mimesi di opere strutturalmente rigide, riprese pedissequamente da altri lavori. Libera di provare qualsiasi sentimento umano e di stenderlo con naturalezza sulla tela, dove il corpo delle sue figure è incarnato dai materiali. Un vero marchio di fabbrica.

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