Salvatore Vassallo, la natura al servizio della fantasia

Cogliere i segnali della natura per trasformarli in originali rielaborazioni d’arte, si sa, è un sentiero in cui ben pochi esponenti contemporanei osano avventurarsi, preferendo spesso la “sicurezza” di percorsi tradizionali già battuti e consolidati. Eppure qualcuno dotato di buon occhio e forse anche del coraggio necessario per scovare – ottimizzandole – le potenzialità del creato, c’è. Salvatore Vassallo (1952), salernitano con un trascorso di oltre 40 anni nell’ambiente culturale monzese, è interprete raffinato di questa tendenza genuina, e non disdegna affatto questo rapporto fiduciario e di ispirazione diretta dal paesaggio. Dall’inizio del nuovo millennio si serve così con continuità, e in modalità completamente autodidattica, dell’influsso positivo dell’ambiente che scopre in occasioni di viaggi o comunque per piacere, mettendolo in pratica in composizioni che ingentiliscono e rivalutano la poesia sprigionata da rami o tronchi di legno di ulivo e altre essenze, rinvenuti nel sottobosco, piuttosto che lungo corsi d’acqua o sulle spiagge italiane o estere.

Salvatore fa quindi emergere virtù nascoste o trascurate della vegetazione, lavorando sulle linee intorno alle zone che sono già di per sé particolarmente “espressive”, come i nodi del legno. Sono questi i punti chiave in cui visualizza, fin dall’istante in cui vi si imbatte nella vegetazione, possibili ed entusiasmanti sviluppi che li trasfigurano in creature fantastiche e visivamente molto equilibrate: come il “domatore”, un incrocio fra un cavallo e un lucertolone, ottenuto da un tronco recuperato lungo un ruscello di una valle bergamasca. In alcuni casi la conformazione dei ciocchi di legno delinea addirittura già l’aspetto finale della figura, come per il Naufrago, dove una venatura del legno ha fatto da “traccia” per limare il corpo del soggetto, partendo dall’ombelico, salendo per il torace, arrivando fino al braccio. In pratica qui l’artista si è limitato a togliere il materiale eccedente per contornare e ultimare il pezzo.

Salvatore Vassallo, Maternità (2006)

Salvatore gioca molto poi inevitabilmente con le differenze cromatiche visibili ad occhio in ogni pezzo arboreo. La sua ricerca di fonti nella natura non si limita però ai soggetti, ma coinvolge anche le basi delle proprie sculture, spesso lavorate in formati contenuti. La pietra leccese, simbolo edilizio per eccellenza del Barocco Pugliese e di monumenti di riconosciuto splendore quali la Cattedrale di Gallipoli e la Basilica di Santa Croce a Lecce, in questo senso è uno dei suoi mezzi espressivi preferiti. A volte utilizzata anche come medium per i soggetti, è una pietra naturale di età miocenica che si presta facilmente alla lavorazione con lo scalpello, ma anche direttamente con le mani. Accanto ai materiali naturali, l’artista negli anni ha creato un rapporto speciale con una materia di uso prettamente edilizio, il gasbeton (tecnicamente blocco di calcestruzzo aerato e autoclavato), riuscendo a ricavarne un lato più artistico e valorizzandola. Per farlo rifinisce l’aspetto dell’opera attraverso l’otturazione delle porosità tramite gesso di alabastrina, e la lucida la superficie grazie all’uso del tè e della cera. Gatto Egizio e Donna Egizia, così come Maternità, presentata all’evento prestigioso Mater Materiae a Bardonecchia del 2006 – con il patrocinio delle Regioni Lazio, Valle d’Aosta e Piemonte –, sono pregiate testimonianze di questa singolare tecnica compositiva che con il tempo Salvatore è arrivato a fare sua.

In tutto questo non manca comunque l’impegno ad omaggiare anche i materiali della tradizione, ma sempre con una traccia sottostante e velata della natura. Alla Casa Francesco di Vedano al Lambro, una recente donazione dello scultore per il centro dedicato alla cura e servizi alla persona polivalente, e dal titolo Luce, mette i riflettori ad esempio sul suo inconsueto uso del bronzo, impiegato riempiendo il calco di un ramo rinvenuto su un lido della caratteristica oasi lagunare di Orbetello, e rifinito con della resina. Un’opera peraltro già nota in ambito monzese, con cui il Quartiere Sant’Alessandro aveva accolto la visita dell’allora Cardinal Martini negli anni “90.

Dagli anni Duemila Salvatore ha preso parte a diverse rassegne di carattere nazionale e internazionale, portando la sua personale ricerca a Roma nelle Sale del Bramante nel 2008 per il Premio Open Art; nel 2017 a Palazzo Fruscione per Arte Salerno in centro storico, alla Biennale di Milano International Art Meeting in Brera Site Milano, e a Palazzo Albrizzi Capello per l’evento Grazie Italia, nell’ambito della Biennale di Venezia; nel 2018 di nuovo per Open Art alla Biblioteca Angelica di Roma, classificandosi secondo con la citata opera Naufrago. La sua ricetta naturalistica, così poco esplorata, è quindi arrivata sui palcoscenici dell’arte che conta, aprendo forse lo sguardo di più di qualcuno su un mondo potenzialmente dagli spunti inesauribili. 

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