Tracce di scultura universale nel ‘classicismo moderno’ di Elena Mutinelli

Saper riassumere nella propria opera caratteri formali opposti, a volte persino agli antipodi, non significa contraddirsi, quanto dimostrare quella qualità rara nel ricongiungere alcune fasi capitali della storia della scultura. Partendo da questa premessa, la terza dimensione fa un viaggio a tutto tondo nelle pieghe dei lavori di Elena Mutinelli (1967), legando in forme estetiche molto distinte e dotate d’impronta propria, l’armoniosa e dinamica classicità del Bernini, alla maniera, potremmo dire espressiva e “quasi espressionista” di Wildt.

Nelle sue lavorazioni, spesso in marmo, argilla o resina, riecheggiano formule tipicamente secentesche, rivisitate in chiave contemporanea: dal ritratto all’ideale funebre della vanitas, perfettamente coerente con la tensione fisica ed emotiva che sembra trapassare i frammenti corporei contratti ideati dalla scultrice di Verderio. Organismi praticamente mai riprodotti integralmente, ma suggeriti in parti che raccontano molto della decadenza morale attuale: mani nodose, schiene curve, ritratti corrugati, sempre presentati in sofferenza, tutti aggrappati a quel tortuoso e complesso cammino terrestre che è la vita. Difficile stabilire, in queste creazioni capaci di condensare più stili diversi, se prevalga più l’interesse all’elogio dell’esagerazione barocca, o piuttosto il desiderio di accentuare l’alienazione e la follia imperante nel nostro periodo storico. Lavori che ci impongono un’attenta riflessione su chi siano realmente i veri guerrieri, se quelli antichi o, secondo un’ottica chiaramente ironica, quelli metropolitani del giorno d’oggi, desiderosi di risollevarsi e riprendersi un ‘identità nascosta sotto stereotipi mediocri che li governano.

Ad interpretare il suo pensiero, viene da dire che Elena rilegga il grande passato della scultura in una chiave estremamente attuale. E lo può fare grazie ad una conoscenza del campo ampiamente certificata, fra gli altri incarichi, dalla prestigiosa collaborazione con la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, con cui la scultrice collabora dal 1992 al 2003 per la riproduzione degli originali – ornati e sculture – marmorei che adornano la cattedrale, e dal 2003 al 2005, come direttrice della Casa degli Scalpellini di Opera. Ma altrettanto fondamentale per una formazione di livello sulla materia, risulta il suo apprendistato nelle botteghe dei maestri marmisti a Pietrasanta negli anni “90, passaggio cruciale per chi vuole conseguire un “attestato” di livello sul campo da artista del marmo, e successivamente la “scuola” milanese presso lo studio di Gino Cosentino, allievo di Arturo Martini, che non a caso ne influenzerà lo stile in senso plastico.

Una Milano che è insomma nel suo destino, testimonianza ben nota ne è il bronzo opera del nonno, Silvio Monfrini, che ritrae l’asso dell’aviazione italiana nella Grande Guerra, Francesco Baracca, a ornamento dell’omonima piazza meneghina, ma anche una mostra a Palazzo Reale nel 2018. In questi focus sui “tipi fissi” umani, come li ha ridenominati Vittorio Sgarbi, grazia e forza convivono in un sorprendente equilibrio, nonostante la frammentarietà dei corpi di eroi perduti, a rappresentare la decadenza dei valori, ben espressa nella mostra fiorentina del 2020, Noi neanche dannati alla Galleria d’arte Etra Studio Tommasi di Francesca Sacchi Tommasi, ex studio dell’artista rinascimentale Benvenuto Cellini. Come a dire che non siamo niente al cospetto dei nostri padri, e le ombre che pervadono i frammenti corporei rimarcano questa condizione di subalternità morale del nostro tempo.

Crediti foto nell’articolo: Elena Mutinelli

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