L’ex ospedale psichiatrico rinato, il Paolo Pini museo d’arte splendente

Per i soggetti mentalmente più fragili, la rigenerazione dei sensi e il reinserimento sociale trovano un canale privilegiato – e se si vuole inaspettato – nel contesto del Museo d’Arte Paolo Pini di Milano (MAPP). Inserito fuori dal caos ordinario della metropoli, nel quartiere settentrionale del Municipio 9 milanese, il vasto complesso nasce nei primi del Novecento come manicomio, per assorbire parte del carico di utenza del rinomato centro brianzolo di Mombello di Limbiate. Ma è con la sua dismissione, a seguito della Legge Basaglia del 1978 che ha disposto la progressiva chiusura degli istituti psichiatrici, che qui prende il via a partire dagli anni “90 una serie di iniziative culturali che tengono impegnate persone un tempo segnate dall’impossibilità di reintegrarsi nel tessuto sociale.

Oggi lo svantaggio degli ex pazienti di questa “oasi rigenerativa” si può dire essere meno pesante da vivere, viste le opportunità di mettersi alla prova con l’arte, attraverso i workshop e le “Botteghe d’Arte”, percorsi di realizzazione condivisa di opere in cui i pazienti vengono seguiti da artisti anche affermati nell’esecuzione manuale. Iniziative effetto della trasformazione in senso creativo che il centro ha subìto dal 1993, quando grazie ad un’azione sinergica tra Associazione ARCA Onlus e il Dipartimento di Salute Mentale dell’Ospedale Niguarda di Milano, è decollato il progetto di un museo permanente, articolato finora in oltre 140 opere, e ospitato negli ambienti dell’ex ospedale psichiatrico di via Ippocrate.

Le realizzazioni hanno iniziato così a riempire gli interni dei padiglioni del polo (che nel frattempo hanno mutato le loro funzioni, oggi destinate a servizi anche non strettamente inerenti alle malattie mentali), così come i muri esterni degli edifici, decorati con interventi murali dagli stili più svariati; e il parco, inframezzato da vialetti pittoreschi, che completa e armonizza tutto il comprensorio, che in questi anni ha visto nascere diverse installazioni in modalità site specific. E il contributo alla causa offerto da artisti dai nomi risonanti è stato probabilmente il volano per il successo di tutta l’operazione. Qui hanno apposto la propria effige artistica pennelli quotati dello spessore di Baj, Tadini, i mondi a parte tratti dalla comicità assurda di Deodato, Spadari, Antolini, ma anche “l’ironia naturalistica” dei Fiori fuori di zucca di Pizzi.

La dimensione dell’irrealtà, centrale nella visione dei frequentatori del centro, trova un prolungamento naturale in manifestazioni murali come le Psicocittà di De Grandi, nel fregio con la Danza Macabra del neoespressionista Martin Disler, o ne La danzatrice calva di Chiesi, chiaro omaggio al drammaturgo romeno Ionesco e al suo “teatro dell’assurdo”. Le installazioni presenti rivestono un altro ornamento di richiamo estetico notevole per l’ex ospedale, alcune fra l’altro assolutamente ben rapportate alla vegetazione del parco, come la Soglia di Clara Bonfiglio in acciaio corten, che rimanda senza grossi sforzi visivi alla tonalità brunito del legno di alcune piante che nel parco non mancano.

Autori già affermati, così come giovani promesse, hanno trovato e trovano facilmente spazio sui muri del complesso trasformato. E a conferma della ripensata e strategica destinazione del luogo, deputato ad officina di attività d’interscambio d’arte e interesse culturale, dal 2012 vi hanno sede anche percorsi di arteterapia, finalizzati a impartire la base formativa di questa disciplina terapica, altro canale per stimolare concretamente la rigenerazione degli ex pazienti di questa realtà periferica di Milano.

Oggi questo luogo, forse anche per la sua identità di sito alienato dalla confusione e per il vasto verde che lo ravviva, trasmette un senso di pace e benessere, respirabile in qualsiasi stagione come valida opzione per una passeggiata, non solo percorrendo le strade che dividono i padiglioni, ma soffermandosi anche ad esempio in prossimità degli “orti speziati”, un’altra delle tante peculiarità di questo posto magico, la cui immagine cupa attribuita in passato è sbiadita dallo scorrere inesorabile del tempo.

Pino Deodato, Mangiava le lucciole per vederci meglio – MAPP Museo d’Arte Paolo Pini (Milano)

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