Bruno Freddi, nel limbo dell’arte spirituale

Nella maggior parte dei casi di artisti affermati, la versatilità non è una qualità che si improvvisa, ma con il tempo (spesso molto tempo) si possono raggiungere comunque risultati impensabili. C’è poi chi, fuori da ogni schema, già a 14 anni teneva la sua prima mostra personale. Lui è Bruno Freddi (1937), artista a tutto tondo e performer che guarda tutti dall’alto di una carriera settantennale che l’ha portato a farsi conoscere in Italia e nel mondo. Oggi nel suo studio immersivo di Osnago raccoglie i frutti di un percorso di interessi e attenzioni multidirezionale, esito di una visione di ogni disciplina artistica concettualmente mai stagna, ma sempre aperta alla contaminazione. Teatro-scultura è uno degli esempi più originali di “binomio inclusivo” che Bruno ha saputo costruire e deriva dall’illuminante scoperta da parte sua, nei primi anni “90, della danza Butoh, una pratica scenica di origine giapponese risalente a metà Novecento in cui gli interpreti, attori-danzatori, si fanno apprezzare per la lentezza quasi ieratica dei movimenti durante le loro caratteristiche performance.

La compagnia di teatro sperimentale Oloart, fondata nel 1997, e il Festival Biennale d’Arte Contemporanea La Voce del Corpo di Osnago (ideato nel 2009), sono la conseguenza naturale di questa scoperta dell’universo spirituale orientale, da lui già approfondita negli anni “80 con la pratica diretta dello Yoga. Ma già in giovanissima età si scorge la fertile anima di artista che lo guida, se è vero che ben presto impara a maneggiare con personalità gli strumenti dell’orafo al pari di quelli della pittura. Poi arriverà anche la scultura, approfondita con una modalità polimaterica che mescola bronzo, tela, legno, gesso, mattone in composizioni audaci e mai banali. Nel tempo ha cambiato i luoghi di vita, ma il suo tasso di assorbimento per ciò che lo circonda, specialmente per quanto è spirituale (il bianco e il rosso sono altamente indicativi del suo gradimento per tutto ciò che ha a che fare in qualche misura con la religione, il mistero e la passione) è rimasto invariato. Da Mantova a Milano, fino a Montevecchia, dove risiede tuttora. Mentre è a Osnago che dagli anni “90 ha fissato il suo spazio della creazione e di evasione personale, in questo lembo tranquillo del parco regionale del lecchese, in uno scenario bucolico ideale per farsi trasportare dai sensi. Il suo “regno” è uno studio che guarda su una caratteristica corte del centro storico, un immobile dal sapore antico, con legno a vista, suddiviso in quattro piani che espongono i lavori di una vita. In questa attraente selezione di proposte tutte molto elaborate, dove il sentimento e l’emozione sono materie prime, spiccano senza fatica i suoi collage pittorici, densi di sostanze e di materia, a rispolverare la concretezza dei muri della sua dimora mantovana travolti dal fuoco della guerra, che ancora vivono in lui dall’infanzia come fantasmi stimolatori della creatività. In un ambiente per forza di cose un po’ disordinato visto il tipo di mente assorbente che lo abita, si fanno spazio anche le sue scenografie, pensate come cornici per spettacoli piuttosto che come “arredi” di arte urbana da vivere. E poi collezioni di strumenti musicali e sculture minimali ricavate nei legni dalle tonalità più svariate.

Lui però va particolarmente fiero, e non potrebbe essere altrimenti, della sua copia della Corona Ferrea e della riproduzione dell’Elmo di Costantino. È il Comune di Monza nel 1985, all’epoca di una sua maestosa antologica alla Villa Reale di Monza, impreziosita da circa 300 pezzi sparsi in 29 delle sfarzose stanze regali della magione teresiana, a commissionargli la realizzazione di 26 placche, come quelle che compongono la base del pezzo iconico e riconosciuto simbolo ultramillenario di Cristianità, custodito nella Cappella di Teodolinda del Duomo di Monza. Lui sceglie placche solo di materiale meno pregiato, d’argento dorato, e non d’oro, ma alla vista identiche al riferimento originale. Variata in corso la committenza, con 12 di quelle piastre Bruno realizza due copie del modello (una esposta nel Museo del Tesoro del Duomo di Monza, ma spesso è in giro per il mondo, l’altra si trova nella sala consigliare del Comune di Monza); volendo però utilizzare tutte le lastre ormai faticosamente create, con altre 6 dà forma a una terza copia che tiene per sé ed esibisce con orgoglio, e con le restanti 8 riproduce l’Elmo costantiniano (l’originale è perduto), che la leggenda narra contenesse uno dei chiodi recuperati sul Golgota dalla madre dell’imperatore tardo-cristiano. Anche questo è custodito nel suo magico laboratorio delle arti.

Oggi sfoggia questi due gioielli testimoni di tutta la sua straordinaria perizia nel reperire le pietre preziose che adornano il pregiato diadema, la stessa impiegata per riprendere le misure autentiche all’Istituto Gemmologico Italiano. Si pensi solo alla provenienza degli zaffiri, recuperati niente meno che dallo Sri Lanka, i granati d’oriente, le ametiste e i corindoni. Ma lo stesso zelo sembra essere stato indispensabile per riprodurre anche le aree floreali smaltate e le 26 rosette sbalzate. Un lavoro paziente e meticoloso, dove niente è lasciato al caso. Neanche la cintura in metallo che corre lungo il diametro interno del diadema (dove, nell’originale, sarebbe contenuto il famoso chiodo estratto dalla Croce di Gesù, che Papa Gregorio I donò alla regina Teodolinda come segno di riconoscenza per aver convertito il suo popolo al Cristianesimo). Un’ulteriore riprova di un’artista che sa accettare le sfide importanti, quelle indispensabili per passare alla storia.

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