Giovanni Ronzoni, una vita alla ricerca dell’essenziale

Semplice e autentico. Basterebbero questi due aggettivi per definire l’anima multisciplinare che da sempre governa e muove l’istinto creativo naturale di Giovanni Ronzoni. Un demiurgo della materia e del verbo senza limiti, dotato di uno spirito aperto al confronto e una fantasia che raramente capita d’incontrare in questo che più che artistico, è un mondo sempre più artefatto. Giovanni opera fin da giovane nell’ambito dell’architettura, ma un po’ alla maniera di alcuni dei grandi del Novecento che hanno saputo tenere con uno stile ben riconoscibile, i piedi in più comparti disciplinari – gente dello spessore storico di Le Corbusier e Munari, o di Giovanni Gastel, usando un riferimento idealmente e temporalmente più vicino a noi – si avventura nella pittura, nella scultura, nel design, nella fotografia e, ultima frontiera che gli ha regalato in pochi anni tante soddisfazioni, condite da pubblicazioni e premi, nella poesia. E la sua identità forte non si perde comunque in questa graduale scomposizione.

Analizzata a dovere, la poetica del polivalente maestro lissonese si riduce ad un’essenzialità che non traduce l’esigenza di semplificazione dell’universo reale, quanto invece quella di coglierne pienamente il senso più intimo, l’anima. A introdurci la sua produzione potrebbero aiutarci quelle entità femminili in legno che, lontane dal rappresentare con le loro forme ultrastilizzate un’idea di vacuità, al contrario ci testimoniano la vera sostanza della vita. Ma mosso da un’intelligenza sensibile che lo indirizza da sempre al focus delle zone oscure e inesplorate del proprio sapere, Giovanni non si è risparmiato neanche in progetti dalla portata drammaticamente attuale e “pesanti”, che vanno esattamente nella direzione opposta da quella quasi sempre seguita. Iniziative tese all’analisi di eventi cruenti, simboli di una contraddittoria contemporaneità, in stallo prolungato tra progresso e guerre ideologiche e fisiche: il video Terrasanta 415, presentato al Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio con tanto di terzo premio al Premio Internazionale Firenze nel 2016, non a caso ci mette al corrente del suo lucido interesse verso episodi di cronaca purtroppo duri a morire in Medio Oriente, che contrastano ogni tentativo di evoluzione umana.

Un frame del video Terrasanta 415, presentato a Palazzo Vecchio per il Premio Internazionale Firenze 2016

Dalla pesantezza si torna quindi al carattere leggero delle sue raffinate sculture che nascono dalla terra e puntano al cielo, elemento che ritroviamo sotto mutate sembianze sul versante della pittura, specie nei solchi e nelle tracce dell’anima. Riprendendo la semplicità geometrica che emana il simbolo di generosità e amicizia con cui è riconosciuto universalmente Le Corbusier, la celeberrima La Main Ouverte (La mano aperta) di Chandigarh in India, l’opera di Giovanni si presenta essenziale ma non sommaria, proprio come la mano aperta dell’architetto svizzero. E nella pittura la sperimentazione trova la sua massima espressione nelle proposte in legno in tre dimensioni affiorante dal supporto, come quelle dune del deserto che l’artista, da endurista consumato ha imparato sulla sua pelle a conoscere molto bene. Per apprezzare a fondo il valore di queste opere ultraterrene, Giovanni ne ha coniato un suo personale codice di comportamento per i visitatori, per cui è “Vietato non toccare”, a testimonianza di quanto l’elemento tattile giochi un ruolo determinante nella comprensione della sua opera multisensoriale.

E che dire allora dell’amore incondizionato per la natura? Il mare in particolare è per lui un consigliere d’oro, che gli ha suggerito da qualche tempo la nascita di opere realizzate interamente con oggetti recuperati dal paesaggio marino. L’astrazione che perciò si individua nelle sue elaborazioni non può che essere una naturale conseguenza di una mente a cui il mondo reale va stretto e che vaga alla costante ricerca di originali percorsi immaginari dove far viaggiare la fantasia. Non è quindi un caso il suo approdo al terreno lirico, in breve tempo già prolifico, anticipato da un’amicizia sincera con Alda Merini, la poetessa maledetta con cui ha condiviso lo sguardo sempre oltre il reale. Molti di questi viaggi della mente li possiamo gustare nelle raccolte di aforismi e poesie editi, quelli più estrosi passano dalle liricografie, abbellimenti grafico-estetici di parole e versi poetici, e dagli aforismi verticali.

Alda Merini in una fotografia di Giovanni Ronzoni

Ogni castello di parole nasconde nella sua veste grafica simboli e significati precisi, non sempre di immediata decifrazione, come confessa Giovanni. Poche ma significative le costanti formali che lo caratterizzano: le più ricorrenti, il rosso della passione che copre con la sua carica cromatica intensa gli altri colori, e la K in luogo della C, firma d’autore di classe. Naturale pensare quindi come la poesia abbia occupato un posto speciale negli ultimi anni, tanto da portarlo a ideare il Premio Ascoltando i silenzi del mare, un concorso d’eccezione in una terra di grande ispirazione per le rime come l’Isola d’Elba, con i suoi paesaggi irriproducibili. Un luogo ideale dove catturare gli sguardi a Madre Natura e ascoltare il vento, in cui scoprire messaggi nascosti nella bottiglia sulle sue dolci spiagge tirreniche. Lui non nasconde quindi come nella versatilità risieda la sua vera forza, una qualità acquisita anche da quel Le Corbusier che proprio Giovanni ha molto contribuito a rivalutare sul suo fronte di studio forse rimasto più in sordina, quello della pittura, ma non per questo meno rivoluzionario delle sue idee architettoniche più in vista.

La retrospettiva magica e irripetibile che Giovanni ha costruito interamente con le sue forze al MAC di Lissone nel 2003, è frutto quindi della ferma volontà di recuperare un ingegno a cui lui si sente debitore, rimasto immeritatamente confinato dall’immagine pubblica entro un solo terreno di impegno, ma che come lui, ha vissuto di aperture, sperimentazioni e contaminazioni continui. E visto che esplorare nuovi lidi è la sua attività prediletta, ecco intravedersi all’orizzonte – dopo il primo volume del 2020 che sintetizza la sua produzione nei principali campi operativi d’interesse portati avanti, L’arte per sottrazione di Donato di Poce – un romanzo, per proseguire quel racconto del viaggio della mente, l’ennesimo mezzo individuato da Giovanni per mettere nero su bianco l’incessante fluire di pensieri ed emozioni. La sintesi espositiva del viaggio nei molteplici mondi artistici in cui si è speso con vibrante energia è arrivata invece nell’autunno del 2020 con l’antologica 80_20, che ha riassunto alla Galleria d’Arte Contemporanea Lazzaro di Genova un quarantennio di attività poliedrica. Nello stesso anno, dove lui sembrerebbe non aver proprio risentito del contraccolpo dell’imprevisto mondiale, è inserito in Arteinstudio, il progetto di concezione unica firmato da Carla Tocchetti Curator, che esplora artisti e atelier in approfondimenti immersivi.

*L’indagine su più versanti è stata coronata di recente con i primi premi alla carriera:

  • PREMIO ALLA CARRIERA “ALDA MERINI” a Imola (BO), maggio 2020;
  • PREMIO ALLA CARRIERA “A VENTO E SOLE” ad Asciano (SI), ottobre 2020;
  • PREMIO ALLA CARRIERA al Premio Letterario Nazionale Città di Ascoli Piceno, novembre 2020

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