Sulla soglia tra corpo e spirito, sospesi nelle creazioni mistiche di Bruno Freddi

C’è chi fa arte prendendo spunto da teoremi e concetti articolati, e chi invece in modo più semplice si basa sull’esperienza diretta del vissuto e su ciò che sente, trasferendo emozioni e sentimenti in colori dal potere suggestionante. Bruno Freddi per esempio, che è artista a tutto tondo e sperimentatore senza confini, ha eletto questa seconda via come guida ispiratrice. Mantovano di nascita ma ormai fiero brianzolo acquisito – conquistato dal fascino riservato di Montevecchia e dal centro dell’arte visiva e performativa di Osnago, dove ha stabilito il suo studio – ha fatto della pittura una delle sue innumerevoli pratiche espressive di vita. Lui che è anche scultore, grafico, designer del gioiello, regista e scenografo. E la sua ultima passione in ordine di tempo è la danza Butoh, tecnica scenica giapponese che ha scoperto nel 1993, e che unisce danza, teatro e performance in rappresentazioni in cui il corpo, inteso nella sua accezione più fisica e sessuale, è elemento chiave.

Restando sul versante della pittura – una delle prime passioni del poliedrico artista – la sua maniera si connota come una miscela informale dove a predominare nell’opera è la matericità, rimando facile alla fisicità corporea che è una costante che attraversa tutta la sua versatile produzione. Un corpo che dall’essere spettacolarizzato nelle sue spirituali performance di Bodyart piuttosto che nelle esibizioni di Butoh, a volte riaffiora anche sulla superficie delle tele composite. E lo fa in una forma disinibita e tutt’altro che tradizionale, rendendosi percepibile nel confuso magma astratto delle elaborazioni.

Ma la matericità a Freddi parla anche di altro. Ad esempio di muri, come quelli di casa, che lui porta dentro dall’infanzia, perchè il fuoco della guerra glieli ha portati via. E lui li ricompone utilizzando tutto ciò che trasmette consistenze diverse, dagli stracci alla carta, dal legno all’argilla, a testimoniare la varietà delle vicende vissute e assorbite da queste strutture. Le sue tinte immancabili si ritrovano in due rappresentanti emblematici del suo percorso. Come lo è il rosso della carnalità, della passione e della trascendenza mistica, che ne pervade una ricerca profondamente influenzata dalle discipline orientali, che per definizione si collocano in una dimensione che va oltre il concepibile.

Accanto al rosso Freddi pone per centralità cromatica il bianco, a evocare silenzi perfetti, nella sua declinazione più pura, ma anche varianti sporche, riuscendo così a cogliere ogni aspetto del colore più complesso. È così, con l’ausilio di queste tinte che ci fa immergere nel suo mondo che sta sulla soglia tra lo spirituale e il corporeo, tra il mistico e il tangibile, lasciandoci con la mente galleggiante in questo incerto limbo sospeso.

Bruno Freddi, Wall (2008)

Foto Crediti: Bruno Freddi

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