Pietro Villa, l’ultimo vero estimatore del ferro: nel paradiso della Recovery Art ðŸŽ™ï¸

Dare una seconda vita ai materiali ferrosi, ma anche al rame, per lui che per una vita ha insegnato “applicazioni tecniche” negli istituti superiori, è diventato il suo divertimento prediletto, oltre che la naturale prosecuzione manuale della professione che ha svolto con passione istintiva fino alla pensione maturata a metà degli anni “90. Stiamo parlando di Pietro Villa, instancabile fabbro besanese, classe 1939, con il callo introvabile del riciclo virtuoso. Dategli un vecchio arnese che non utilizzate più e lo trasformerà in oro. È lui stesso a ricordarci l’inevitabile via di estinzione di chi fa un’attività simile, occupandosi di tutto il processo artigianale.

“Oggi in molti si definiscono artisti, spesso senza però darne concreta prova. Credo che il compito più difficile per chi si cimenta in quello che per me è un passatempo, sia pensare a tutte le operazioni artigianali che portano al risultato finale. Non ho la presunzione di realizzare oggetti particolarmente elaborati (malgrado nel suo regno spuntino pure modelli arditi come singolari Tour Eiffel in miniatura ndr), anche se nel tempo ho creato dei cicli piuttosto interessanti soprattutto per il messaggio veicolato. Le Explosions sono vere e proprie esplosioni di materiale ferroso deformato e stressato e sottoposto a crepe e tagli, come fossero vittime di attentati. Mentre con Distruzione del mito l’idea chiave è deturpare soggetti antichi ed epici sottoponendoli ad intemperie ed intrusioni di chiodi, rovinandone così l’immagine classica. C’è poi il filone della Recovery Art in cui dono una seconda chance a padelle, barattoli, ferri da stiro e a tutto quello che normalmente finirebbe in discarica”. A balzare subito all’occhio è l’incredibile equilibrio che Pietro ha saggiamente imparato a costruire fra oggetti tra di loro apparentemente inconciliabili, mentre meno percepile alla vista più inesperta è la perizia nella scelta del materiale: con una minima percentuale ferrosa minore o maggiore, cambia completamente la capacità di resistenza del pezzo alle sollecitazioni.

Di questi mirabolanti “saggi del riuso”, “l’ultimo fabbro”, come lui ama definirsi per una conoscenza della tecnica oggi praticamente introvabile, riempie le giornate nella sua officina di Villa Raverio, in quello che ha saputo trasformare in un dolce passatempo irrinunciabile. Le sue originalissime trame sono come il prezzemolo in molti luoghi pubblici del territorio, a ornamento di piazze e parchi. Si ritrovano in alta Brianza, tra Besana, Costa Masnaga e Cassago, ma anche “fuori zona”, alle porte di Milano, a Rho, dove nel 2018 sono diventate il fulcro di una mostra davvero anticonvenzionale dedicata alla Recovery Art, nella riconcepita Villa Burba. Neanche a farlo apposta, l’idea virtuosa che le regge fa sì che dialoghino a meraviglia con gli spazi verdi, in molti casi dimostrandosi presenze discrete e ben inserite in scenari naturali.

Mosso da una filosofia creativa in grado di valorizzare davvero qualsiasi cosa, non poteva esserci miglior maestro per lui che Marcel Duchamp. “Sono fermamente convinto che con ogni oggetto si possa fare arte, a volte anche scherzandoci sopra. In una delle ultime serie da me concepite, io che sono figlio di una generazione completamente agli antipodi da quelle di oggi per valori, e che credo nella forza della natura e della spontaneità che decantava Rousseau, ho iniziato a non prendermi troppo sul serio, giocando con l’atteggiamento leggero e superficiale tipico della nostra epoca, trasformando ad esempio delle roncole in personaggi stravaganti. In questo caso la qualità estetica passa certamente in secondo piano, ma la mia idea di arte totale e il mio pensiero sono perfettamente sintetizzati”. Una mentalità che Pietro coltiva quotidianamente, forte di un assortimento di centinaia di opere già sfornate, molte delle quali donate, e in convinta controtendenza con l’imperante degrado e appiattimento delle idee e delle formule creative.

“Sono fermamente convinto che con ogni oggetto si possa fare arte, a volte anche scherzandoci sopra”.

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