L’estasi del neon nelle giostre luminose di Sabine Barnabò

Le vie per arrivare alla luce sono infinite, ma una di quelle più mistiche probabilmente porta la firma della monzese Sabine Barnabò (all’anagrafe Kaerchner, tedesca di nascita), che da quando è entrata nel limbo delle iridescenze, è rimasta intrappolata nella bellezza innaturale delle sue stesse invenzioni. Partita da alcuni fra i canali espressivi più canonici per chi si affaccia al mondo dell’arte contemporanea, quelli dell’argilla refrattaria e della ceramica raku, non si è fermata alle solide “basi” della scultura fittile, più “immediata”, ma ha provato ad indagare le potenzialità sperimentali che sente essere congeniali al suo istinto, fino ad arrivare oggi a navigare con soddisfazione in una dimensione artistica luminescente.

“Il mio approccio artistico, iniziato una decina d’anni fa, deve tanto ai fondamenti manuali appresi con i corsi alla Famiglia Artistica Lissonese. Volti umani e motivi più indefiniti fanno parte del mio immaginario che ho consolidato con il tempo, personalizzando poi gli oggetti con vernici acriliche e resine. Da non molto però ho trovato una nuova ispirazione che mi ha preso particolarmente perché per natura amo sperimentare nuove evoluzioni”. In effetti la mente aperta, in virtù dei viaggi intrapresi in tutto il mondo come assistente di volo, racconta di uno sguardo mai esausto di assorbire novità dal quotidiano. Mentre il contenuto delle lavorazioni si risolve molto spesso in personaggi immaginari che tentano invano di farsi accettare dalla comunità reale.

Qualche anno fa si inoltra così alla scoperta del ferro, che la porta a metterne a confronto le caratteristiche note con gli infiniti intrichi tubolari di trame ondulate al neon dall’impatto scenografico, con l’inevitabile scatenamento di una “giostra emozionale” in chi guarda. Una mostra all‘Oratorio della Passione dell’antica Basilica di Sant’Ambrogio a Milano nel 2019 le offre il contesto giusto per provare ad esporsi su questo orizzonte promettente. Nell’occasione esibisce i cinque continenti in una soluzione luminosa omogenea al neon bianco, che la convince ad affiancare il nuovo indirizzo all’universo dell’argilla e della ceramica, ancora aperto a sviluppi. “Recentemente grazie alla mediazione di Peyshuo Yang, prima e unica gallerista cinese in attività in Italia, sono venuta a contatto con la sua realtà galleristica molto all’avanguardia (inserita nella suggestiva cornice secentesca del Palazzo Durini di Milano, ex proprietà dell’omonimo conte monzese, ndr), la MA-EC Gallery, che funziona come una grande piattaforma internazionale, che ha il merito di avvicinare artisti, collezionisti e media dell’Italia e della Cina attraverso una formula interattiva a mio avviso molto innovativa. E quest’anno (2021) il tradizionale Present Art Festival che fa da collegamento non solo culturale tra Italia e Cina, si è tenuto per la prima volta non in Cina ma a Desio, al Museo Scalvini di Villa Tittoni, con il coordinamento proprio di Peyshuo”. E tra gli invitati ha trovato spazio anche Sabine, che ha portato le sue creazioni luminose variopinte in un contesto espositivo di visibilità internazionale, esibendo la visione personale del tema della mostra con spiccata attinenza alla stretta attualità e dal sottotitolo eloquente Comunità reali e virtuali all’epoca dell’incertezza. I suoi gomitoli simili nella forma e dissimili nel colore ci comunicano bene il senso di una comunità felice pur nelle diversità, protesa verso il rilancio.

Ma il neon dinamico, che su di lei esercita lo stesso fascino delle immortali sculture luminose di Dan Flavin, non ha “oscurato” gli altri versanti ispiratori, che continua a coltivare, comprese le installazioni componibili con i calchi di solidi geometrici cubici o cilindrici in dialogo con il ferro, a cui difficilmente l’artista sa rinunciare, certamente dall’impronta più grezza rispetto all’eleganza delle idee luminose, da testare nella loro essenza più intima in modalità notturna. La resistenza del ferro non esclude però la nobiltà dell’oro, su cui Sabine ha trasferito temporaneamente le sue energie alla Galleria Arianna Sartori di Mantova, all’interno di una collettiva tutta al femminile allestita un soffio prima del ciclone pandemico a inizio 2020, in un binomio oro-donna decisamente apprezzabile per l’immagine del gentil sesso. Non ancora sazia di sondare terreni inesplorati, la sua voglia incessante di sperimentare l’ha fatta approdare ad un capitolo ancora più inedito e in parte sintesi della sua attività, rappresentato da quadri dipinti ad olio e valorizzati da neon variopinti. Uno sviluppo sorprendente che testimonia come la “ricerca luminosa” non sia per lei un approdo, ma piuttosto un punto di partenza da cui iniziare a lavorare senza sosta con la fantasia, aggiungendo nuovi livelli di attrazione luminosi.

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