Monza saluta il Kernel Festival, sei mesi di Light Art diffusa

Le serate nel cuore della Brianza da dicembre perderanno un po’ del loro gusto etereo che da quasi sei mesi le ammanta. Così Monza si prepara a salutare l’edizione del decennale del Kernel Festival, con la consapevolezza di aver goduto per la prima volta di una kermesse variegata e impegnata sotto il profilo dell’organizzazione, che ha portato entusiasmo e una gioia colorata evanescente – quella della luce artificiale – nei suoi punti socio-culturali più iconici, ravvivando le vie più battute così come gli angoli esteticamente meno valorizzati.

Merito innanzitutto del collettivo Areaodeon, che, nato proprio a Monza e da un decennio salito alla ribalta della frontiera creativa della Light Art grazie a spettacoli cromatici capaci di creare pirotecnici contrasti visuali con alchimie sorprendenti, non solo in Italia ma anche all’estero – facendo leva molto sul contrasto tra architetture antiche e le nuove frontiere multimediali dell’arte pubblica – per l’occasione “in casa” ha saputo stupire con una ricetta diffusa che non è certo passata inosservata anche al più distratto, soprattutto dal crepuscolo. E per sorprendere ha usato innanzitutto un mix di esperienze sensoriali e di attori che hanno reso la città di Teodolinda un insospettabile teatro versatile della sperimentazione degli effetti luminescenti e una giostra dell’interattività. A cominciare dal valore aggiunto dato dalla partecipazione attiva delle scuole del territorio e non, che già in estate hanno animato con i loro progetti visivi la zona nevralgica del Ponte dei Leoni, dove la facciata dell’omonima nota residenza si è trasformata in un teatro di videoproiezione dove esporre pubblicamente magnetici giochi di luce. Lo stesso concetto si è visto replicato a settembre sulla facciata del Duomo, da poco “ritrovata” grazie ad un restauro che le ha ridato lo smalto estetico disperso dal tempo, attraverso una sequenza di opere in videomapping 3D a rotazione ininterrotta. E ancora, il Soundsafari, esperienza ad alto tasso di coinvolgimento sensoriale e di concentrazione attorno alle bellezze indiscusse del centro, dall’Arengario al Museo del Duomo, attraverso lo strumento della geolocalizzazione da parte del turista, ha acuito il senso di momento totalizzante che questa manifestazione ha raggiunto con quest’edizione così innovativa.

Non a caso se il fenomeno videomapping sugli edifici aveva preso la scena dei festival precedenti, prima che il Covid sancisse una pausa forzata, stavolta l’organizzazione ha avvertito la necessità di puntare deciso sull’idea di diversificare le soluzioni visuali. Una ricetta che il pubblico sembra aver accolto con favore. Protagoniste quindi in autunno, come in un tradizionale museo al chiuso, si sono proposte le installazioni sulla linea del site specific di Manuela Bedeschi in Piazza Roma. Soluzioni espressive sempre più richieste da una contemporaneità che rifugge i circuiti tradizionali, idee che trasformano il neon in un mezzo espressivo assoluto protagonista. Mentre il tema delle illusioni specchianti, che assorbono le inevitabili incidenze dell’ambiente, è finito al centro della proposta di Alessandro Lupi, in quella Via Lambro dove il richiamo seducente del Duomo si dissolve nella quiete intima delle stradine più romantiche e permeate di un bello meno sensazionale. Creare assonanze, tramite il dinamismo e la geometria semplice in cui sono scomposti i 1.200 pixel LED di Polygonoma di Vincio Siracusano, è invece il concept che ha portato l’artista siciliano a riprodurre la complessa unicità del genoma umano, apparentemente in maniera semplice, nello spazio della vetrata esterna dei Musei Civici, visibile sia dall’esterno che dall’interno del museo.

Opere che incorniciano una kermesse che ha saputo emergere in una stagione culturale monzese tornata allettante dopo i fari forzatamente bassi del difficile periodo Covid, fra le altre novità, anche con il ritorno della Biennale in Villa Reale. Il Kernel Festival non ha però ancora esaurito la sua spinta propulsiva luminosa, e in questi giorni si è impreziosito di un ulteriore scenario luminoso che aggiunge un’aura diversa e avveneristica nel punto di passaggio dello storico Ponte di San Gerardino, complice il progetto che connette luci e suoni messo a punto dalla Scuola di Design del Politecnico di Milano. Per Areaodeon è il modo migliore di congedarsi da una manifestazione che guarda con fiducia alla nuova tendenza della Light Art, costantemente in voga e a misura degli spazi aperti, che il pubblico monzese si auspica infatti garantisca future repliche.

Foto nell’articolo: Crediti Areaodeon

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