Biennale di Monza, l’antidoto contro l’impasse (non solo) culturale

È stato un ritorno tutt’altro che scontato, con tanti spunti e segnali di apertura culturale in senso plurilinguistico – e forse non poteva essere diversamente – quello offerto dalla Biennale di Monza per questo 2021 della tanto agognata ripartenza. Un modo perentorio per ribadire, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la necessità di interagire, di non restare confinati alle nostre certezze limitate, per tornare a rimpadronirci realmente delle nostre vite. Il programma di lavori esposti all’insegna della multidisciplinarietà e dall’inedita impronta musicale ne è stato del resto limpido emblema.

In questi due mesi e mezzo (la mostra si è chiusa domenica 12 dicembre con gli ultimi ingressi), al livello più scenografico della Villa Reale, il Belvedere del terzo piano della magione teresiana che offre irresistibili scorci da favola sul patrimonio verde che la cinge, si è presentato come cornice adeguata, con le sue architetture lignee a vista, per dare un valore estetico aggiunto al senso dei 30 lavori ospitati di altrettanti giovani artisti non ancora intercettati dalle realtà del settore, giunti da 10 accademie italiane coordinate dai rispettivi tutor. Installazioni, opere da parete e un indirizzo decisamente ricercato 2.0 che combina video e acustica, hanno permeato l’atmosfera degli storici locali recentemente ristrutturati da De Lucchi, instaurando un rapporto privilegiato con l’ambiente e portando per davvero la tecnologia al centro della scena.

Basti vedere e soffermarsi sull’idea assolutamente originale di questo filone dall’anima più futuristica, che ha il potere di conciliare l’estenuante canto del maschio di un volatile estinto in uno struggente tentativo di accoppiamento, con le immagini di smaterializzazione della specie floreale Franklinia Alatamaha. Un manifesto totale della potenza della natura, ma anche sinestesia più solare e visibile sotto l’intrigante gioco di travi dell’ultimo livello, letteralmente a un passo dal cielo. E un modo per affermare che anche la musica è un’opera d’arte. Il dialogo dei sensi si è giocato però su molteplici piani percettivi, mai ripetitivi: qualche passo in più in là e si è potuto scoprire come la diversa ossidazione del rame possa portare ad esempio a risultati ottici sorprendenti, tessere di un mosaico dello stesso materiale.

Sono solo due paradigmi di un modo di ragionare diffuso utilizzato nell’allestimento reale, per portarci, a distanza di due anni dall’ultima rassegna Biennale organizzata (ancora dal Premio d’Arte Città di Monza) – quando tutto quello che stiamo vivendo non era ancora entrato nel nostro quotidiano – nella condizione di sforzarci per riappropriarci della capacità di dialogo dei sensi, che in fondo non è poi che l’anticamera di un senso pratico di cui è necessario rimpadronirci per uscire dalla modalità virtuale decisamente abusata nell’ultimo biennio. Una passività a cui Monza ha risposto negli ultimi mesi con un calendario fitto di iniziative per riscoprire il piacere e l’utilità della conoscenza.

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